Annibale Oste (1942 - 2010) nasce a Napoli nel popoloso Rione Sanità, dove tuttora si trova il suo Laboratorio gestito, adesso dai suoi due figli Vincenzo e Mariasole. Sempre a Napoli frequenta il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti, presso la quale è allievo degli scultori Emilio Greco ed Augusto Perez. Dopo un breve periodo iniziale in cui la sua opera risulta notevolmente influenzata dai modi di quest’ultimo, se ne distacca per intraprendere un filone di ricerca assai più autonomo che lo induce a testare una ampia gamma di materiali (il gesso, il legno, la cartapesta, il bronzo, l’alluminio), tentando di armonizzarne le proprietà fisiche con le esigenze poetiche.

Nel 1967, insieme a Riccini e Russo, tiene, presso la Saletta di Cassino, la sua prima mostra. Subito dopo dà inizio al ciclo da lui stesso definito “della vita e della morte”. È il periodo delle tartarughe “plasticate morbidamente e tradotte in bronzo […], oggetti semoventi, ai ferri corti con la gravità, pietre miliari di itinerari […], storie di esistenze respiranti e annaspanti in bilico sul vuoto, come per un punto di arrivo invalicabile” (Marcello Venturoli). Esposte nel 1969 presso la Galleria Due Mondi di Roma in occasione di “Prospettive 4”, a cura di Enrico Crispolti e Giorgio Di Genova, sua prima importante collettiva, paiono indicare la direzione che la ricerca di Oste prenderà in futuro.

Gli anni Settanta si aprono con la serie “dei palloncini” in alluminio e con il ritorno alla Galleria Due Mondi per la prima personale in assoluto. I palloncini sono seguiti a ruota da sculture come Frittata, Toast con mozzarella, Fontana con cornice, Pennello con colore… Ciò che accomuna tutte queste opere è la precisa volontà dell’artista di “cristallizzare l’attimo”. La naturale fluidità di certi fenomeni viene cioè congelata nella rigidità del metallo. Lo iato tra il senso di levità trasmesso dalle sculture e la loro reale durezza produce nello spettatore un cortocircuito cerebrale.

Si è parlato di un avvicinamento di Oste alle poetiche dell’oggetto. In realtà egli non giunge mai a praticare, come molti suoi contemporanei, il metodo del prelievo diretto dalla realtà. Concependo sempre la pratica artistica come qualcosa di inscindibile da una componente tecnico-fabbrile, il suo intento è piuttosto quello di riprodurre l’oggetto con i mezzi specifici della fusione in bronzo. Tale obbiettivo permane nelle appena successive serie dei “gesti” e degli “specchi”.

In quest’arco di tempo (1971-1975) comincia ad essere presente regolarmente a manifestazioni artistiche di rilievo. Partecipa al XXI Premio del Fiorino (1973), dove si aggiudica il primo premio per la scultura, alla XXVIII Biennale di Milano (1974), alla X Quadriennale di Roma (1975) e a Napoli Situazione ’75 (1975), importante verifica sull’attività creativa in corso in quegli anni nell’area campana.

Dal 1975, in assoluta continuità con quanto avvenuto precedentemente per un elemento liquido come l’acqua, si cimenta nella “concretizzazione” di un qualcosa di persino incorporeo come la luce. Coni di luce estremamente solidi, chiare allusioni alla luce artificiale più che a quella naturale, sono così frapposti ora tra una fotocamera con flash ed un quadro di Burri, ora tra una lampada ed una macchina da scrivere, ora tra una lampada ed un libro aperto. Se i primi esemplari sono già esposti entro il 1976 in occasione dalla personale presso la Galleria Davico di Torino, Illuminazioni, che si tiene due anni dopo (1978) presso la Galleria del Naviglio di Milano, è interamente dedicata, come può evincersi dallo stesso titolo, alle sculture di luce.

Il 1978 segna anche l’inizio delle sperimentazioni dedicate al vento. Ancora una volta la percezione contrasta con la consistenza fisica effettiva: quelli che appaiono fluenti drappi spiegazzati dalle correnti aeree non sono in realtà che rigide ed immobili costruzioni in fiberglass. Ma a questo ormai consueto motivo si affianca ora quello delle citazioni dalla statuaria classica. La personale del 1980 presso lo Studio Ennessse di Milano, in cui si condensano tutte le precedenti esperienze, è emblematicamente intitolata Intorno a Orfeo e Euridice. Il pezzo forte di quella di due anni dopo, Scultura tra realtà e paradosso (1982), che si tiene presso la Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Arezzo, è Ulisse, un lungo manto bianco che pur mostrando le pieghe prodotte dal contatto con un corpo non ne contiene alcuno.

Nel corso del decennio Settanta Oste fornisce anche qualche non trascurabile contributo alle ricerche improntate all’azione nell’ambiente sociale che sono tipiche di quel periodo, benché, a causa del loro carattere episodico, non possa a ragione essere annoverato tra i protagonisti di quella stagione. Si va dagli esperimenti condotti tra il 1971 e il 1972 sulle rive del fiume Sabato con i suoi allievi del liceo, che avendo studiato la conformazione degli elementi naturali li riproducono con materiali di risulta, all’azione di Campaniapropostauno (1976), ove ortaggi di vario genere sono tagliati in modo da fungere da timbri, fino all’episodio di Linz città aperta (1979), quando l’artista recluta per strada passanti al fine di praticare sul loro viso un calco in carta stagnola.

Dai primi anni Ottanta comincia a dedicarsi al design che presto diviene la sua principale attività. Negli ultimi vent’anni ha così preso parte, tanto in Italia quanto all’estero, a numerose e prestigiose esposizioni specificamente dedicate a tale settore, tra cui Nouvel ecleticism (Parigi, 1986), Icons (Londra, 1987), L’art dans les meubles (Parigi, 1989), Made of light (Firenze, 1990), Glass design (Milano, 1994), Fatto ad arte (Todi, 1996), Enlightenment (Caserta, Milano, Breda, 1997), Hand made (Ercolano, 2001) e le diverse edizioni di Abitare il tempo (Verona) e di Abitare con l’arte (Milano). Ha inoltre collaborato con diverse ditte come Poggi & Mariani, per una collezione di maniglie, Poltronova, per una collezione di specchi, Promemoria, per specchi, maniglie e mensole, Rapsel, per una serie di arredobagni, Mangani, per una serie di porcellane, Altraluce per una linea di lampade, La Fornace della Cava, per linee di mattonelle, e Lumen center Italia per una linea di lampade.

Come designer Oste si definisce un “attraversatore di territori”. Il suo appellarsi al genius loci non va perciò tanto inteso in riferimento alla tradizione del suo luogo di nascita, bensì come sincera ed impregiudicata fascinazione per tutto ciò che di visivamente interessante provenga da qualunque luogo della Terra ed a qualunque epoca appartenga. L’unico modello da cui rifuggire è il razionalismo freddo ed omologante.

“Ci rechiamo al mercato delle pulci per trovare oggetti antichi che ci comunichino certe atmosfere, ma non sarebbe bene”, si chiede, “che questo avvenisse anche per gli oggetti moderni?”. Il fine dichiarato di Oste è infatti, concetto assai prossimo alla poetica barocca cui per altro il suo lavoro è non di rado ricondotto, suscitare “la meraviglia delle cose”, ponendo anche in oggetti molto piccoli quel quid in più di suggestione.

Un altro importante principio è il rispetto della specificità del materiale. Non si può pensare cioè di porlo al servizio di un qualsiasi progetto aprioristico. Solo rispettando le caratteristiche fisiche della materia di volta in volta impiegata essa verrà esaltata al massimo grado e ne scaturiranno risultati di alto livello.

Eppure quello praticato da Oste non può considerarsi design tout court. Non per nulla egli è considerato un traditore del design non meno che un traditore dell’arte. Se il design in quanto tale implica una tiratura illimitata, i suoi pezzi, per la complessità di cui sono investiti, difficilmente possono essere inquadrati in tale ciclo di produzione. È proprio di fronte a casi come questi che gli storici del design hanno coniato il termine “artdesign”.

“L’arte”, ricorda Oste, “mi offriva tutta una serie di stimoli, ma questi rimanevano entro parametri ben precisi. Con il design mi sono sentito invece pienamente libero. Il design mi ha dato la possibilità della “circolarità”, nel senso che puoi davvero spaziare “dal cucchiaio alla città”, da un piccolo pomello ad una costruzione alta anche venti o trenta metri”.

Dalla fine degli anni Ottanta alla sua produzione consueta cominciano infatti ad affiancarsi installazioni ad ampia scala collocate in spazi pubblici. Così avviene in vari siti di Sansepolcro, ove opera in principio da solo e più tardi in coppia con l’amico Antonio Davide. Ma le esperienze più significative in tal senso sono da considerarsi probabilmente quelle condotte in Giappone: da Le pont de ciel (Osaka, 1987) fino ad Acqua e Fuoco (Wakayama, 1997), Il tempo delle origini. Il tempo della natura. Il tempo meccanico (Osaka, 1997) e Lucifesta veneziane (Wakayama,1998), operazioni “tematiche” che traggono ispirazione primaria dal contesto in cui sono poste e che, costituite interamente di luci colorate, si propongono di rinnovare il linguaggio della tradizione campana e meridionale in genere degli apparati decorativi per feste.